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MAURO REA


Mauro Rea compone le sue opere in una sorta di trance mediale. Non ha molto senso parlare di colore o di forme, o di sostanza. Nei suoi quadri inserisce sempre la maledetta deviazione del momento, nell'incoscienza figurativa di un naive-materico senza riferimenti, portando a compimento l'impasto caotico del sogno totale martoriato. I percorsi si formano nel blocco univoco delle percezioni, lasciando a chi segue la completa liberta' di divincolarsi da un'ermeneutica puramente esteriore.

Semplificando, nei saliscendi del colore trattato a blocchi, a tubetti o striature abbandonate, e' possibile riscoprire tutto il vigore della no-formance. Una casualita' talmente palese da nascondere abilmente il progetto che invece cresce, si sviluppa senza chiedere alcunche' all'autore.


Ecco, forse ci si puo' rifare, in estrema sintesi, ad una spiritualita' di carattere tribale, poggiata su steli di ritualita' totemica. Vi si puo' leggere un crocefisso, o una deposizione che fluttua in frammenti di Guernica di Picasso, o figure fermate nel dolore di una Sindone precolombiana. Il viaggio nel quale Mauro ci accompagna è doloroso, tremendo, scardinante. La rappresentazione e' rabbiosa, utilizza l'alfabeto del colore e della sostanza per iconizzare l'assenza, in questa vita, di ogni colore e sostanza.

Forse ci fa capire quanto sarebbe stato bello vivere, ingoiando i colori della natura, scoprendo le forme dell'incipit universale senza il bisogno di spiegare agli altri la virtu' della quarta dimensione. Ma e' dire nulla. Mauro e' un artista maledetto, forse votato alla fine di Van Gogh o di Caravaggio, di Ligabue, avvelenandosi di colore sul braccio o della stanchezza di dover a tutti i costi materializzare l'impossibile.

L'opera di Mauro e' straziata dalla distanza.

Sergio Gabriele





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